IL PAESAGGIO NELL'OPERA DI WILMA LIANA ALONGE

Il suo posto preferito non era meno bello,
ravvolto nella sua veste gelida,
che ai tempi della sua fioritura d'azzurro.
I tronchi e i rami dei pini che stavano rigidi,
il paesaggio, erano coperti abbondantemente di neve…

"La Montagna incantata"

Il paesaggio ha rappresentato, per Wilma Liana Alonge una ricerca di ampi spazi prospettici, rivelatisi nei boschi, negli scorci di paese, in marine che si perdono in orizzonti infiniti, con le onde increspate dal vento, ricche di spuma e di ricordi che sembrano volare via. Da artista scrupolosa e impegnata, piena di stimoli e di correlazioni col mondo e con la natura, Wilma ha dipinto magici boschi, a volte arricchiti da figure umane, una sorta di epico scenario, di ambientazioni ideali nelle quali potrebbero muoversi elfi e folletti.

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E forse è una fata la figura che il pennello di Wilma dipinge nuda, in un olio su tela del 1974 dal titolo "Naturalismo", un'opera in cui la pittrice sottolinea quel legame che rende l'essere umano tutt'uno con i palpiti della natura, e in cui la nudità del corpo non rappresenta solo il polo d'attrazione del dipinto, ma la condizione essenziale per ricreare quell'antica sintonia con l'ambiente naturale che doveva esserci alle origini, quella primigenia condizione che le generazioni umane hanno poi smarrito, affondate nelle spire di ritmi e di tempi sempre più diabolici. Quel corpo nudo, sullo sfondo di un paesaggio lussureggiante e mitico, è qualcosa di simbolico: rappresenta un'antica età dell'oro che il corpo della giovane incarna anche come epifanica stagione perduta, come estremo tributo a quel mondo ideale che non c'è più ma di cui resta traccia nel profondo dell'animo.

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Nei paesaggi di Wilma sono ricorrenti le immagini di luoghi legati a ricordi della sua vita: le barche a Nervi, i rossi tetti di Noli, il borgo antico di Cogoleto, sono immagini di serena compostezza in cui l'ambiente rievoca realtà dipinte a metà fra piccolo spazio urbano e luogo della memoria, conchiuso e raccolto in vicoli stretti e circoscritti in cui sembra che i percorsi della mente seguano un loro itinerario di domestica e sospesa confidenza, quasi un tuffo nel passato, un ritorno su passi dimenticati che sembravano perduti per sempre. La pittrice segue questo itinerario attenta ai particolari, ai giochi di luce e di ombre che si proiettano sui muri screziati, le persiane di un vecchio paese di pescatori, i colori accesi dal sole che caratterizzano i borghi e le case. Le luci e i colori di un vecchio vicolo, dal titolo di un quadro del 1964, brillano di tinte pastello, colori rosati e ocra che si dissolvono in terre d'ombra e nell'enigmatica oscurità di un androne. I riflessi azzurro-turchesi della scogliera ligure tornano nei dipinti di Wilma come un leit-motiv necessario a certi ritmi del cuore che l'arte amplifica e ripropone incessantemente. Certe rifrazioni, raggi di colore caldo e avvolgente, si riflettono nei paesaggi marini come arabeschi tracciati dalla luce in cui il luogo assurge ad elemento di confine fra fantasia e realtà, fra illusione e disinganno, allude alla grandiosità dell'infinito, a realtà, apparentemente immutabili, e alle mille sfaccettature che la pittura, invece, sa ritrovare ogni volta. Nella mente di Wilma sono rimaste, indelebili, soprattutto le immagini di un mondo di cui la pittrice avvertiva l'imminente scomparsa o, comunque, la progressiva e incolmabile distanza dai luoghi della quotidianità, dalle grandi città, dai quartieri dell'industrializzazione e degli affari che un sistema perverso ha voluto trasformare, negli ultimi decenni, nei centri d'interesse della vita e del lavoro di ognuno; i dipinti di Wilma invertono questa teoria, riscattano altri luoghi, più vicini alle nostre radici, alla nostra sensibilità mediterranea e alla nostra storia: nei lenzuoli alle finestre stesi ad asciugare, nelle barche riverse sulla spiaggia in attesa di conquistare nuovamente il mare, c'è il racconto di altre fatiche quotidiane, di altri lavori, di mete forse più semplici ma anche più umane, di un contatto con la natura da cui le ultime generazioni si sono troppo allontanate. L'intimo raccoglimento che la pittrice sembra provare davanti alla visione di una scogliera in lontananza o di un piccolo lembo di paese arroccato su di una collina, è in realtà un invito a riscoprire noi stessi attraverso quei luoghi, a tornare sulle tracce di ciò che eravamo, a ritrovare l'essenzialità della nostra storia e della nostra memoria.

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Cliccare per ingrandimento Cogoleto: il borgo antico
Cliccare per ingrandimento Arco

L'opera "Arco", un olio su tela del 1961, sembra indicare un passaggio obbligato che conduce verso la luce: non è nulla di più di un androne come ce ne sono tanti nel patrimonio architettonico del nostro paese, ma Wilma lo coglie nel suo silenzioso esistere, lo illumina di riverberi intensi, di ombre e luci baluginanti nell'oscurità che conducono, come unica via d'uscita, verso lo scorcio in lontananza di un vecchio borgo, dove si aprono altri androni, come nella costruzione di un processo purificatore che torna continuamente su se stesso, non privo di passaggi e di difficoltà. Un'altra opera in cui la pittrice sembra invitarci ad entrare nel suo mondo, è la "Scogliera a Sori" del 1963, in cui è testimoniato il grande fascino che esercitano i paesaggi naturali, senza alcuna traccia di presenza umana, e, allo stesso tempo, la grande abilità pittorica dell'artista, che sa interpretare le mille tonalità del mare, con blu intensi, poi toni più sfumati e turchesi, fino a dissolversi lentamente nella spuma chiara delle onde che si infrangono sugli scogli. Oppure gli "Ulivi a Recco" un quadro del 1973, in cui gli alberi vengono rappresentati con la grande forza di giganti incurvati dal tempo, piegati ma non spezzati dal procedere della vita, dall'immutabilità del proprio destino: il tessuto pittorico che Wilma sa costruire in questo dipinto, la magia dello sfondo in cui i colori del sottobosco si fondono assieme in un'esemplare armonia, attribuiscono al quadro tutta l'intensità e la maestosità impresse dalla natura.

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Dalla sua produzione si deduce come Wilma Liana Alonge abbia amato molto questo genere di dipinti: il "Paesaggio in primavera" del 1972 è un'altra opera che ci rimanda, in modo completo, la sua predilezione per gli spazi aperti, per gli orizzonti che si aprono in lontananza, per le visioni rassicuranti di un mondo diverso, un'altra età, una realtà più rurale e contadina dalla quale tutti, in un modo o nell'altro, proveniamo; anche in quest'opera, la particolare stesura cromatica costituisce un substrato ricco, denso di effetti visivi, di striature, di luminosità abbozzate e di altre luci, invece, più espressive e articolate. Di che colore è la terra? La tavolozza di Wilma sembra racchiudervi i toni di un'aurora boreale, appena mitigati e spenti dai marroni bruciati, esaltati dalle diverse tonalità del verde fino a giungere più in alto, al chiarore che accende le foglie ed i frutti sugli alberi, alle luci che si infrangono sulla linea dell'orizzonte, verso un lontano altrove, un ignoto destino. La "Scogliera a Pieve", altra opera del 1968, ricalca, in qualche modo, il filone classico di "Paesaggio in primavera", ma con un'attenzione particolare ai colori tono su tono e con una diversa costruzione prospettica, tutta segnata da quella fila di pini marittimi che si protendono verso il mare, come attratti da un'irresistibile richiamo.

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Cliccare per ingrandimento Riviera: serata di tempesta

Il paesaggio è stato interpretato, da Wilma Liana Alonge, con particolare attenzione al concetto di "vicino" e "lontano", ma non in senso geografico: piuttosto una vicinanza del cuore, un coinvolgimento della mente e del pensiero in luoghi, non importa quali, capaci di lasciare un segno interiore, immutati nella memoria così come immutati sono i sentimenti che questi luoghi, in qualche modo, rappresentano. La grande capacità cromatica dell'artista si è manifestata anche in opere come "Ulivi a Recco", una tela del 1973 completamente risolta in luminosità chiare, toni bianchi e pastello che variano dal panna al grigio, come rubati alla luna, alla neve o alle trasparenze di un cristallo; oppure quadri come "Riviera: serata di tempesta", in cui il panorama si rabbuia improvvisamente ed il colore diventa capace di tonalità che alludono alla pece, all'oscurità, al vento che, in lontananza, solleva bianchi mulinelli d'acqua. Non mancano le "Gondole" veneziane che, in un dipinto realizzato nel 1992, ci rimandano la sagoma scura delle imbarcazioni ed il profilo di un'isoletta in lontananza mentre, intorno, tutto è tramonto, tutto è crepuscolo nella luce calda e avvolgente del tardo pomeriggio. Buona parte della creatività artistica di Wilma pare realizzarsi in simbiosi con la luce: un'opera intitolata semplicemente "Tramonto" è inondata da raggi aranciati che si sviluppano nell'alone bruno della percezione visiva; oppure "Borgo marinaro" del 1967, in cui case, mare e colline sembrano plasmati con la complicità della luce. A noi, che ancora oggi guardiamo questi quadri, Wilma sembra rimandare intatto il suo stupore per la bellezza del creato, la delicatezza della sua mano, lo sguardo attento e affettuoso su un mondo fatto di quelle piccole cose che costituiscono, poi, il patrimonio più importante per ciascuno di noi.

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Silvia Arfelli
2002