WILMA LIANA ALONGE: FIGURE E RITRATTI

Volti ed atteggiamenti densi di sentimenti, di pensieri, di quell'intangibile eppure così chiara espressività che il pennello di Wilma Liana Alonge sapeva imprimere nei volti dei suoi ritratti, con l'occhio attento e sensibile di chi conosce le mille sfaccettature dell'animo umano. La predilezione della pittrice per le figure e i ritratti va probabilmente ricondotta ai tempi della sua formazione artistica, quando le regole per assurgere al mondo dell'arte erano quelle ferree del confronto professionale sul campo, che richiedevano agli artisti la conoscenza di tutti i principali filoni pittorici. La maestria che Wilma raggiunse in questo settore non avrebbe bisogno di troppi commenti; ne testimonia la sua stessa attività, che l'ha vista, negli anni settanta, eseguire ritratti per nobili e personaggi genovesi, e di come la sua attività artistica dovesse essere considerata nella Genova di quegli anni. Ma al di là di committenze più o meno importanti, il bisogno della pittrice di raffigurare personaggi e ritratti, va ricercato nella sua necessità di fondersi col genere umano, di andare, attraverso l'indagine di un volto o di uno sguardo, alla radice di quel segreto, di quel miracolo, di quel soffio vitale che caratterizza ciascuno di noi e che ci accomuna tutti, pur nelle diversità. Non per niente, Wilma dipinse figure e personaggi nella sua produzione quotidiana, per fermare un momento di vita, una scena vissuta, forse un ricordo lontano che nei suoi dipinti tornava a rivivere di nuovo, magari con l'aggiunta di quel tocco di mistero e fantasia che scaturisce dal filtro onirico della memoria.

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Si collocano in questo senso opere come "Inizio di un idillio in biblioteca" del 1962, in cui la pittrice, come spiando in punta di piedi l'approccio fra due giovani, ce ne rimanda le emozioni, gli imbarazzi, le paure; la scena, bloccata in un interno chiuso, palpita in realtà nei volti dei due ragazzi che, pur senza guardarsi, ci trasmettono tutto il senso di magia di quell'incontro: il sorriso aperto e felice di lui, pur senza alzare gli occhi dal libro sul tavolo, il gesto nervoso di lei e quell'espressione sulla faccia che tradisce un misto di ansia e soddisfazione, rivelano come Wilma Liana Alonge fosse capace di catturare nei volti, soprattutto l'animo dei personaggi, e di come questo dipinto, pur quasi banale nella sua normalità, sia invece una grande prova d'artista, in grado di rimandarci soprattutto atmosfere e non semplici immagini.
Similare per acutezza di osservazione e per grande resa tecnica, è la serie di opere dedicate ai bar: "Bar - 1 - 2 - 3" e "Figure al Caffè", anch'essi degli anni sessanta, rappresentano una ricerca espressiva dell'artista che nei volti, nelle fumose atmosfere degli sfondi, dipinge la solitudine di tre uomini al bar, tre uomini di età diversa che sembrano ricercare nel fondo di un bicchiere il senso della vita. Dotata di grande senso cromatico e di ancor maggiore intuizione psicologica, la pittrice ne indaga l'espressione greve, la postura a volte abbandonata e conchiusa, lo sguardo chino in un punto indefinito, perso oltre il bicchiere, oltre il tavolo del bar, oltre il fardello doloroso che evidentemente si portano addosso. Probabilmente, la vita in una grande città concedeva alla pittrice maggiori occasioni per imbattersi in scene come queste, ma va sottolineato come in quegli anni esistesse tutto un filone pittorico, che alcuni artisti ancora oggi propongono con successo, interamente incentrato sulla fatica del vivere, sulla solitudine dell'uomo, sull'avvilente senso di sconfitta che pare essere innato col genere umano.

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Ma le figure di Wilma Liana Alonge sono molteplici e variegate per stile e struttura, e per la capacità di imprimere in ognuno atmosfere diverse: quella più ridente, serena e pacata di "Amore di mamma", tela del '67 in cui la pittrice coglie tutte le sfumature affettive ed emotive della maternità, dipingendo, nella vivida dolcezza degli sguardi, quello speciale filo relazionale che lega una madre al suo piccino; dalla perlacea trasparenza delle epidermidi, alla lucentezza degli occhi, tutto allude in quest'opera ad un'aura di tenero candore, e sottende a quell'unico, sottile e inimitabile rapporto che scorre nel sangue e che lega per sempre. Le soffuse campiture cromatiche che l'artista sceglie per definire quest'opera ci rimandano il colore come gioiosa espressione di vita, come simbolo di simbiosi spirituale fra due esseri, come concreta manifestazione di piccole felicità quotidiane.

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D'altronde il colore, per un'artista come Wilma Liana Alonge, si è rivelato spesso una sorta di "divertissement" di cui impregnare parecchi quadri: la "Donna allo specchio" o "Donna in fiore", due dipinti degli anni settanta, o l'opera "Vaghe memorie" o il "Ritratto femminile" del 1963 sembrano offrire alla pittrice l'occasione per esprimere tutta la forza cromatica della sua ricca ed intensa tavolozza; colori calibrati tono su tono che sembrano rubare trasparenze alla luce, lampi giallo-aranciati che paiono scoppiettare tutt'attorno, blu e rossi scelti con il compiacimento dei contrasti, e con un grande senso di complementarità fra una tinta e l'altra. Fra sfumature e riverberi che richiedono una lunga e difficile conoscenza della pittura, Wilma usa il colore per neutralizzare qualsiasi altro elemento attorno alle sue figure, come se il suo interesse fosse stato soprattutto quello di estraniarle da qualsiasi contesto reale, di renderle uguali all'aria in cui sono immerse, come se fossero un'apparizione, una metafora, oppure un sogno.

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C'è una grande differenza fra immagini di questo genere e quelle più cupe e solitarie di cui si accennava poc'anzi; anche se "Solitudine" è il titolo di un altro quadro del 1963 in cui Wilma Liana Alonge dipinge due uomini seduti su una panchina, vicini eppure distanti: di uno di loro non vediamo neppure il volto, sprofondato nel giornale, l'altro pare guardare fisso di fronte a sé, entrambi persi nell'incomunicabilità di cui sono vittime, di cui siamo vittime. Perché la sensibilità della pittrice sa cogliere nei suoi dipinti quel senso di isolamento che affligge le società moderne, quel "non-esserci" perché incapaci di lasciare un'impronta, di lanciare un segnale ad un nostro simile, incapaci di guardare anche la natura che ci circonda.

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La profondità della ricerca filologica di Wilma Liana Alonge, è testimoniata da un altro dipinto di figure, uno dei quadri preferiti dalla pittrice, "Il ciclo della vita", una grande opera del 1974 in cui l'artista, pur senza sottrarsi a certi aspetti vezzosi e seduttivi della femminilità, pare riflettere sulla caducità dell'esistenza, sullo scorrere veloce del tempo, scorgendo però, in ogni stagione della vita, quell'aspetto meraviglioso e irripetibile che ne caratterizza ogni età, rendendola degna di essere vissuta. Come in un armonico spartito musicale, il quadro viene realizzato in un equilibrio ritmico fra le figure, con ricchezza di particolari e accenni al nudo che evidenziano, anche in questo genere, la grande mano di Wilma. Ne sono prova opere come "Naturalismo", olio su tela del 1974, altro quadro in cui, con pennellate fluide e corpose che definiscono le masse in movimento, l'artista scava ancora di più in questa sua poetica affascinante e complessa, poiché ricca di stimoli, che l'hanno portata a sperimentarsi sui temi più svariati della figurazione, approdando dal corpo al volto come all'interno di un ciclo virtuoso cui rimandarsi senza soluzione di continuità. Se l'arte rappresenta in modo particolare un approdo, un messaggio, quello di Wilma non poteva non toccare i temi della religiosità e del sacro: nelle martoriate membra del "Gesù moro" del 1962, la pittrice racchiude tutta la sofferenza del sacrificio, e tutta la forza di un uomo che, proprio nel momento della sconfitta, della fine della vita, realizza la sua vittoria più grande. Le notevoli doti luministiche e stilistiche della pittrice si rivelano, però, soprattutto nel "Crocefisso" del 1965, un'opera ammantata di mistero e rigore, in cui la sagoma del Cristo emerge da lontano, in una nebulosa blu che lascia indefiniti i contorni e in cui il rosso dello straccio che lo ricopre appena, sembra trasmettere al corpo inerte un po' di vigore e di forza cromatica.

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Un ritratto è sempre, un po', anche un autoritratto: nel "Ritratto di signora bruna" del 1967, e anche nella giovane e moderna "Madonna" del 1971, Wilma ha dipinto anche una parte di sé; e non solo nella fisiognomica del volto. Con grandi capacità introspettive, la pittrice ha saputo calare i suoi silenzi, i suoi pensieri, le sue sensazioni in questi volti di donna raffinati e severi, dall'espressione a metà fra ricordo e desiderio, forse persa in un intimo colloquio con se stessa.

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Opere e immagini che alludono anche a temi importanti della vita, come il duro lavoro nella fonderia o fra le turbine; immagini che riportano alla mente una cultura epica e letteraria che l'artista doveva possedere, per avere dipinto quadri simbolici e imponenti come "Inferno: Canto III" del 1966; immagini che alludono alla forza dell'amore, alla fiducia reciproca, all'unione coniugale, come la "Sacra Famiglia" del 1972, o "Ricordo di un amore" del 1970, in fondo due facce della stessa medaglia, in cui imprimere quel senso di sacro e profondo che c'è in ogni sentimento pulito.

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E soprattutto, quel misto di sincerità e riservatezza che Wilma ci rimanda dal profondo del suo sguardo, in uno splendido "Autoritratto" del 1990 in cui l'artista si rappresenta in abito da sera, calata in una bellezza che è soprattutto consapevolezza di sé, del proprio essere, in un dipinto che da prova di grande maturità artistica e di un talento che avrebbe avuto ancora, davanti a sé, tanto futuro.

Silvia Arfelli
2002