Omaggio a Wilma Liana Alonge

 

Il nostro incontro di oggi può essere definito come un omaggio a Wilma Liana Alonge, delicata pittrice di Genova, che continua a vivere nella sua arte, continua a dialogare con noi attraverso le sue opere che riescono a trasmettere sensazioni e pulsioni direttamente alla nostra sfera intima. La pittura è un’arte che per essere completa deve parlare agli occhi ed al cuore, altrimenti scade nella semplice rappresentazione di soggetti. L’autore che ha una completa padronanza della tecnica della sua arte non si trasformerà mai in artista se non riuscirà a muovere il mondo dei sentimenti, se non sarà capace di inviare un messaggio al nostro interno mondo, costituito di nozioni e presagi, di sentimenti e contraddizioni, di realtà e di speranze, di conosciuto e di ignoto. Al contrario una tecnica non perfetta passerà inosservata se l’opera riesce a trasmettere un messaggio, se riesce a svelarci la personalità dell’artista, se riesce a mettere in contatto il suo mondo con il nostro. Addirittura noi potremmo ignorare tutto dell’artista ed intuire ugualmente la sua personalità, le sue certezze e le sue paure, attraverso le sue opere.

La pittura di Alonge va in questa direzione e ci coinvolge in una dimensione onirica a volte perfino inquietante, perché ci sembra soffusa di sentimenti delicati e di presagi sofferti. Il tratto è deciso ed il cromatismo stemperato, privo di sbalzi violenti ma teso a creare un alone di magicità.

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Una tristezza che di ritrova in molti, quasi a voler sottolineare la precarietà della nostra situazione umana, come fossimo impotenti di fronte a questa epoca impietosa. Ma dove il volto è più triste le figure si ricompongono in un abbraccio quasi indicazione di un sentimento che permette di affrontare con risolutezza la nostra condizione. L’artista riesce perciò a darci la rappresentazione di uno stato di inquietudine e nello stesso tempo a indicarci le vie di uscita.

C’è un’opera dell’Alonge (ndr: “Ricordi di un amore”) che sembra sottolineare tutto questo, con una plasticità veramente singolare: si parte da un nudo di donna, quasi Eva novella, seguito da volti di uomo e di donna come chiusi in un loro universo per terminare in un casto abbraccio tra l’uomo e la donna con la ricomposizione di una solidarietà umana. Una testa di cavallo e il collo di un cigno separano i volti della coppia abbracciata che può rappresentare chiunque: da Adamo ed Eva attoniti della loro solitudine ad una coppia di innamorati pronti ad affrontare il mondo. Atmosfera onirica, simbolismo accennato, volti dapprima tenui e poi sempre più marcati danno l’esatta scansione del passaggio dalla solitudine al ritrovato accordo.

Ma l’opera più emblematica dell’Alonge ci sembra proprio l’”Autoritratto” (del 1990), di cui abbiamo già parlato, per la incisiva espressività del volto. Un volto che sembra volerci comunicare tutto: la consapevolezza del passato e forse il presagio del futuro. Un volto che nasconde nella delicatezza dei lineamenti la consapevolezza di aver tutto compreso e l’ansia di farne partecipi gli altri. L’espressione sembra sospesa in un tempo indefinito a metà strada tra la presenza e l’incanto con quegli occhi che sembrano narrare il passato vissuto ma guardano lontano quasi ad indicare un futuro tragitto. Gli occhi appunto rappresentano una costante nell’opera dell’Alonge: occhi pensosi spalancati, occhi dolci contemplativi, occhi chiusi innamorati, perfino gli occhi del cavallo e del cigno sembrano volerci trasmettere dei messaggi.

Per questo ho parlato di inquietudine, non certo per l’artista, ma per lo sforzo di trasmettere un messaggio forse non a tutti comprensibile.

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E’ questa l’incertezza sofferta che si tramuta in apprensione e perciò ci rende consapevoli della grandezza della pittrice.

Emilio Bianchi
1997